Finché morte non vi riunisca

in ita •  19 days ago

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Cari tutti, rieccoci (finalmente) su Altrimondi.
L’ultima volta vi avevo lasciati accennando al mito della Sposa Cadavere, una figura narrativa che si ripropone frequentemente – seppure con qualche modifica e con differenti sfumature – in varie tradizioni leggendarie, nonché in alcune opere della letteratura fantastica propriamente detta…

Tra queste, la più universalmente nota è senza dubbio La Venere d’Ille, racconto firmato da Prosper Mérimée nel 1837, dove un’antica statua si rianima per assassinare lo sciocco che, poco prima di sposarsi, le aveva scherzosamente donato il proprio anello nuziale. L’immagine è così suggestiva, così carica di allusioni che farebbe sicuramente la gioia di qualsiasi psicoanalista…

A noi, qui e ora, basta catturare in una rapida istantanea l’immagine di una Femminilità Demoniaca che – senza neppure ricorrere alla facile metafora del vampirismo – sorge dalla dimensione dell’inanimato, o dal vero e proprio Oltretomba, per perseguitare (giustamente?) la metà maschile del mondo…

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Questa estate mi è capitato di trascorrere una settimana in solitudine nel pentolone arroventato della mia città. Le strade semi-deserte, gli amici assenti – deportati su spiagge e montagne remote – e l’umore eremitico da cui sono spesso accompagnato mi scoraggiavano dall’intraprendere scorrerie seral-notturne. Per di più, la giornata bruciata tra i colleghi inconsolabili, a scrutare il monitor del mio computer, mi lasciava a sera con la testa ripiena d’una lattea, evanescente nientitudine… Rimandate, dunque, le ponderose letture che malinconiche mi attendono da anni sullo scaffale della libreria, mi avventuravo speranzoso tra le custodie di plastica della mia dvd-teca in cerca di un po’ di ristoro…
È così che mi sono imbattuto in Jennifer’s Body, un cine-reperto di cui avevo quasi dimenticato l’esistenza. Modesto, ma tutto sommato divertente, teen-horror movie, il film di Karyn Kusama (2009) è una sorta di Manifesto di quell’adolescenza americana che è maturata e bruciata tra il massacro della Columbine High School e l’apocalisse globale dell’11 settembre, tra riti di passaggio, miti di successo, bullismi scolastici ed effimere estasi sessuali – la stessa gioventù dolente e disorientata, per capirci, che incontriamo in pellicole assai più seriose, come Elephant di Gus Van Sant (2003) o An History of Violence del caro vecchio Cronenberg (2005)… Jennifer’s Body, dicevo, altro non è che la storia di una giovane e super-sexy cheerleader di provincia, la quale (sacrificata da una band di musicisti-satanisti un po’ improvvisati) si risveglia dalla morte posseduta da un demone mangiauomini (men-eater è un gioco di parole che funziona anche in inglese). La sua disavventura, che si concluderà brutalmente, per mano della migliore amica, è a ben guardare una sorta di scorcio satirico, di ironico autoritratto sociosessuale dell’America d’oggi, ma qui ci interessa proprio perché appare quasi come una trasfigurazione postmoderna della Venere d’Ille. La bella e perversa incarnazione del demonio che torna sulla terra per divorare l’aspirante sposino di turno.

“Sei anni fa a mia moglie, che amavo come nessun uomo ha mai amato prima, si ruppe un’arteria mentre cantava. Si disperò della sua vita. Presi un congedo da lei e subii tutti gli strazi della sua morte… Divenni pazzo, con lunghi intervalli di orribile lucidità”. Edgar Allan Poe – è lui a firmare queste righe – sta parlando di sua moglie, Virginia Clemm, che di fatto morirà nel 1847. L’angoscia che sperimenta (in questo caso assolutamente reale) è il riflesso e la tragica concretizzazione di un sentimento tutto letterario, che il genio bostoniense ha partorito e coltivato nel tempo, assai prima che la sua consorte si ammalasse. Questo sentimento ha dato i natali a una galleria di memorabili Amanti Spettrali: Annabel Lee, Berenice, Ligeia, Morella, Madeline Usher… L’opera di Poe si presenta sulla scena al culmine della storia del Gotico inglese e in un certo senso ne segna l’epilogo, la dissoluzione verso nuove forme di narrazione orrorosa. Però, nel contempo, ne riassume anche la lunga parabola, riportandone in auge le atmosfere e i personaggi con la forza rigenerante e insieme parodistica di uno stile inimitabile. Non è un caso dunque che la figura della Sposa Perduta trovi tanto spazio tra le righe dei suoi racconti; è il riflesso di un percorso narrativo antico, che affonda le proprie radici nella terra nera ed eternamente gravida del folklore…

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Spettrale e temibile è la Donna che, dopo la morte, si manifesta in forma di revenant vampirico nelle notti del suo spasimante – ve ne ho presentato un esempio più che mai efficace, alludendo a La sposa di Corinto di Goethe – e, quand’anche non fosse interessata al sangue dei respiranti, può sempre attentare alla loro sopravvivenza in altri modi. Sono certo che molti tra voi abbiano visto, in tempi ormai remoti – che diamine, era l’antidiluviano 2005! – La sposa cadavere di Tim Burton. Ideale seguito di The Nightmare Before Christmas (Henry Selick, 1993), questo piccolo capolavoro dell’animazione in (digital) Stop Motion ci ri-presenta in chiave volutamente farsesca il nostro personaggio-tema, piegato però nella forma insolita, benché non inedita, del ritornante-zombie benigno, pronto a comprendere e perdonare – nonché assecondare – i desideri dei viventi. Ufficialmente il film di Burton (affiancato per l’occasione da Mike Johnson) nasce da quello che in gergo tecnico si definisce un “soggetto originale”, ma in verità, le cose non stanno proprio così. Secondo il dotto estensore della relativa pagina di Wikipedia (ebbene sì, lo confesso: talvolta anch’io frequento con piacere l’Enciclopedia Digitale), la storia di Burton sarebbe ispirata a un racconto firmato nel XVI secolo dal rabbino Ytzhak Luria (1534-1572) intitolato Il dito, giunto a noi attraverso la tradizione ebraico-russa. Il che collima almeno superficialmente e parzialmente con quanto raccontano le corrispondenti pagine anglofone – di solito meglio informate – che attribuiscono lo spunto a un imprecisato“19th Century russian folktale”.

In ogni caso, per quanto questa genealogia sia perfettamente verosimile (proprio un regista russo, Svyatoslav Pogdaevskiy sembra averle strizzato l’occhio nel 2017 con il suo Nevesta), bisogna rilevare che restringere il nostro campo d’azione a una così specifica area storico-geografica non è affatto necessario: bizzarre nozze tra morti e viventi si rintracciano senza troppo sforzo – almeno dai tempi mitici di Ade e Persefone, o di Nergal ed Ereshkigal, se preferite – in gran parte del patrimonio mitologico-folklorico mondiale. Pensate alla disavventura necrofila del greco Dimete: trovata per caso sulla riva del mare un’attraente salma, se ne innamora a tal punto da suicidarsi quando quella, inevitabilmente, comincia a decomporsi. Il tema, in una differente declinazione, ritorna nella fiaba finlandese I coniugi, dove una moglie defunta trattiene con l’inganno – per ben tre secoli! – il marito nella Terra dei Morti perché non abbia modo di risposarsi. Pare che il primo a narrare il “matrimonio impuro” in forma letteraria sia stato lo storico ellenico Flegonte di Tralle nel suo Libro delle meraviglie, del II secolo d.C, ma l’idea è inevitabilmente giunta, più che mai arzilla, anche nel cuore dell’Europa ottocentesca. The Mysterious Bride, pubblicato (nel 1830) sul Blackwood’s Magazine dallo scozzese James Hogg, ne è un caso esemplare. È qui che il gentiluomo di campagna Allan George Sandison incrocia la via di uno sfuggente fantasma femminile che, dopo averlo sedotto con la propria semplice presenza, lo stringe a sé in un matrimonio fatale. La Sposa, più o meno come accade nel film di Burton, altro non è che l’ombra di Jane Ogilvie, una fanciulla crudelmente assassinata da un avo del protagonista e tornata dalle tenebre per sterminare uno alla volta tutti i maschi della famiglia Sandison…

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In fondo a questa abborracciata rassegna, eccoci al vero pezzo forte… Che però richiede una breve premessa. Ricordate quando vi parlai della leggendaria genesi del Frankenstein di Mary Shelley? In quella occasione citai “una suggestiva raccolta di Ghost Story tedesche” che, lette a luce di candela in una notte di pioggia, avrebbero fornito la materia prima – l’ispirazione, diciamo così – per la creazione del più celebre mostro della storia letteraria europea. Ebbene, la suddetta raccolta è stata recentemente ripescata, tradotta e pubblicata anche da noi dalla romana Nova Delphi, grazie a quell’intraprendenza che, in Italia, sembra ormai essere di casa solo presso i piccoli editori. Introdotta da un ricchissimo saggio del curatore Fabio Camilletti, Fantasmagoriana – questo il titolo dell’antologia – è un piccolo gioiello di cui tornerò senza dubbio a parlarvi. Qui mi limito, come anticipato, a segnalare il racconto Die Todtenbraut (La sposa cadavere, giustappunto) di Friedrich August Schultze. Pubblicato intorno al 1811 nell’antologia tedesca Gespensterbuch, e successivamente riadattato in francese e inglese, esso è uno di quei pastiche a orologeria che così spesso appaiono nella letteratura dei tempi: in una stazione termale non meglio identificata, un non meglio identificato marchese italiano riporta ai propri “compagni di caminetto” una storia che sostiene d’aver vissuto in prima persona. Presso il conte Globoda, in Boemia, conobbe un tempo la dolce Libussa, sorella gemella della defunta Hildegarde, e promessa sposa del duca di Marino. Quest’ultimo era un individuo meschino e fedifrago, per non dire di peggio, che – sospettiamo immediatamente – meritava una tremenda punizione. Quasi subito, la narrazione si duplica ulteriormente in un nuovo racconto-dentro-il racconto (uno dei tanti), nel quale l’odioso duca confessa d’essersi invaghito di Libussa per averla semplicemente intravista in un museo di Parigi... Museo nel quale, però, la giovane nega d’essersi mai recata! Chi era dunque la bellissima sconosciuta? Forse Hildegarde rediviva? Forse una ancor più oscura e antica forza, sorta dall’Ade per vendicare delitti rimasti impuniti?... E se si trattasse della protagonista di quella leggenda locale, dove si narra di un’entità che vaga “sulla terra sotto ogni possibile forma e specie sotto quella di belle fanciulle, per traviare gli innamorati”? Il dubbio rimane, mentre la sorte del fidanzato di Libussa è certamente segnata; c’è una colpa nel suo passato – ha assassinato la sua precedente fidanzata, Apollonia? – che non rimarrà senza castigo…

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Straordinario meccanismo a incastro, il testo di Schultze non può essere abbandonato senza ricordare – come lo stesso curatore Fabio Camilletti ci indica – che esso sembra in qualche modo connesso a un’opera molto più recente. Quella piccola-grande pietra miliare del Gotico contemporaneo che è il Ghost Story di Peter Straub (1979), romanzo potente ed emozionante (ne esiste una – infedele ma godibile – riduzione cinematografica girata da John Irvin nel 1981) del quale, prima o poi, mi piacerebbe parlarvi…

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Molto interessante e complesso. Conosco bene la Berenice di Poe. Ne ho approfondito le sfaccettature in un mio spettacolo di teatro. Bravo.

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Caro @sbarandelli, grazie! Come dimenticare gli incantevoli denti di Berenice?... E complimenti per la tua attività teatrale!

complimenti, davvero un post di altissima qualità, sia per forma che per contenuti!
Riceverai il voto del nostro trail e di quello di c-squared a breve! Continua così!

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