Francesco Guccini

in #musica9 years ago

Mi è venuta la malsana idea di farvi leggere la mia tesina di maturità. Buona lettura.

« Quella di Guccini è la voce di quello che un tempo si diceva il "movimento". Oggi, semplicemente una voce di gioventù. E cioè di granitica coerenza con il proprio linguaggio e pensiero. Nella sua opera c'è un discorso interminabile: sull'ironia, sull'amicizia, sulla solidarietà. » Dario Fo

Francesco Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940 ma a causa della guerra trascorre l’infanzia e parte dell’adolescenza nel paese dei nonni paterni, Pàvana, località dell’Appennino pistoiese al confine con il territorio bolognese.
Comincia a suonare giovanissimo prima servendosi di un'armonica e in seguito passando alla chitarra, strumento che non ha più abbandonato. Gli esordi come artista lo vedono dunque chitarrista e cantante in un gruppo del quale fanno parte separatamente anche Pier Farri (poi arrangiatore di molti suoi pezzi) e Victor Sogliani. Si chiamano "Hurricanes" e suonano nelle sale da ballo e nei teatri parrocchiali. Cambieranno in breve il nome in "Snakers" e quindi in "Gatti". Tutto accadeva tra il 1957 e il 1960. I pezzi del repertorio in particolare fra i classici del rock, ma già Guccini proponeva al pubblico i suoi primi lavori. Una parte dei "Gatti" confluirà poi nell'"Equipe 84" e seguirà quindi la propria strada. Intanto Francesco studiava e faceva il cronista per la "Gazzetta di Modena". La prima canzone che passerà alla storia è del 1961, il titolo è “L'Antisociale”, brano di rottura con una cultura sentita vecchia e stanca. Rottura che il cantautore porterà avanti per tutti gli anni '60 e '70.
Cominciava in quel tempo anche l'impegno politico di tanta parte dei giovani del Paese e Guccini firmò un testo che sconvolse i canoni della canzone classica, “Auschwitz”, portato in vetta alle classifiche dall'Equipe 84. Dall'altra parte del mondo Bob Dylan lanciava messaggi chiari e inequivocabili (The Times They Are A-Changin'). Sotto la spinta dylaniana Francesco scrisse “Noi non ci saremo”,” Noi”,” Dio è morto”, “Per fare un uomo” lanciate dal complesso dei Nomadi, sorto nel 1963 per mano di Beppe Carletti e di Augusto Daolio. Canzoni che causarono indignazione fra la popolazione benpensante dell’epoca . Canzoni che parlavano apertamente di corruzione e meschinità, di falsi miti e i falsi dei. La RAI le censurò entrambe, ma il pubblico reagì facendone una bandiera del nuovo modo di pensare che trovava in certe fasce della popolazione sempre più adepti. Il primo album Folk Beat N°1 esce nel 1967. Già evidenti sono alcune delle tematiche che accompagneranno tutta la sua produzione: l'esistenzialismo, la polemica contro le ingiustizie perpetrate in nome di un falso ideale.

guccini.jpg

                             Dio è morto

“Dio è morto” (testo e musica di Francesco Guccini); interpretata dai Nomadi nell'album "Per quando noi non ci saremo" e da Caterina Caselli nell'album "Diamoci del tu": sia per il testo che per la musica, è sicuramente una delle sue canzoni più famose eppure non è mai stata incisa in studio dal suo autore ma solamente dal vivo.
Il titolo del brano riprende il celebre aforisma di Friedrich Nietzsche.
Il pezzo, ritenuto blasfemo dalla RAI e subito censurato, fu invece messo in onda da Radio Vaticana.

Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano
nel mondo che hanno già
dentro le notti che dal vino son bagnate
dentro le stanze da pastiglie trasformate
dentro le nuvole di fumo
nel mondo fatto di città
essere contro od ingoiare
la nostra stanca civiltà.
È un Dio che è morto
ai bordi delle strade, Dio è morto
nelle auto prese a rate, Dio è morto
nei miti dell'estate, Dio è morto.

M'han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede
nei miti eterni della patria e dell'eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità
le fedi fatti di abitudini e paura
una politica che è solo far carriera
il perbenismo interessato
la dignità fatta di vuoto
l'ipocrisia di chi sta sempre
con la ragione e mai col torto.
È un Dio che è morto
nei campi di sterminio, Dio è morto
coi miti della razza, Dio è morto
con gli odi di partito, Dio è morto.

Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo
che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge.
In ciò che noi crediamo Dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo Dio è risorto,
nel mondo che faremo Dio è risorto!

La canzone in realtà non celebra la morte di Dio ma proclama la necessità di una nuova rinascita spirituale e morale, e rappresenta una critica al "perbenismo interessato", al falso moralismo, all’ ipocrisia, al consumismo: e per capirlo basta fare attenzione all’ultima strofa, dove di Dio (e non di falsi idoli) si dice apertamente che "è risorto".
Lo stesso Guccini dirà a proposito di questa canzone:
"A volte mi chiedo come Dio è morto, canzone scritta nel 1964-66, piaccia ancora così tanto e appaia sempre attuale... Il merito però, devo dire, non è del tutto mio ma degli sponsor di questa canzone, i razzisti e gli imbecilli che, a quanto pare, tornano periodicamente alla ribalta".
Nell’ultima strofa l’insistenza sulla “resurrezione” di Dio non suona retorica, come del resto dimostra una dichiarazione dello stesso autore. “Aggiunsi una speranza finale non perché la canzone finisse bene, ma perché la speranza covava veramente”

Più di cento anni fa Nietzsche annunciava al mondo la morte di Dio. “Dio è morto, Dio è morto e noi l’abbiamo ucciso. Come potremmo sentirci a posto, noi, assassini di tutti gli assassini?”
"Dio è morto" non è inteso letteralmente, come in "Dio è ora fisicamente morto", piuttosto è la maniera di Nietzsche di dire che l'idea di Dio non è più fonte di alcun codice morale che possa aiutare gli esseri umani durante la loro esistenza. Nietzsche riconosce la crisi che la morte di Dio può rappresentare per l’uomo, poiché “quando uno rifugge la fede cristiana, uno si toglie il diritto della morale cristiana da sotto i piedi. Rompendo uno dei principali concetti della cristianità, la fede in Dio, cade il tutto: nulla di necessario rimane nelle mani.”
La morte di Dio condurrà, secondo Nietzsche, non solo al rifiuto della credenza in qualsivoglia ordine cosmico o fisico, ma anche al rifiuto dei valori stessi. In questa maniera, la perdita di una base sicura della morale condurrà al nichilismo. Il nichilismo è ciò su cui Nietzsche lavorò per trovare una soluzione al fine di rivalutare i fondamenti dei valori umani, il cosiddetto “nichilismo attivo”. Questo significò, per Nietzsche, cercare una base che andasse più a fondo dei valori cristiani che la maggioranza dei cristiani ignora.
L’approdo finale di Nietzsche è quindi un totale annullamento dei valori, Dio non risorge, ma allo stesso tempo questo è un punto di partenza per trovarne di nuovi. L'ammissione della morte di Dio sarebbe come un foglio bianco. È libertà di diventare qualcosa di nuovo, di diverso, di creativo, libertà di essere qualcosa senza essere obbligato a portare il peso del passato.
“Dio è morto” diviene una canzone di protesta generazionale, un inno della contestazione. E solo pochi anni dopo la scrittura di questa canzone, esplodono i movimenti studenteschi di fine anni Sessanta. (Guccini contribuì, seppur involontariamente e in minima parte, alla nascita di questi movimenti?)

                              Il ‘68

"Eskimo", anche per la sua notorietà, almeno limitatamente all'atmosfera italiana (più che agli avvenimenti, che anzi sembrano accuratamente evitati da Guccini in questa canzone dichiaratamente a carattere personale) può essere considerata una specie di "narrazione" dell’atmosfera che si respirava in quell’anno (e dintorni) nel nostro paese. Scritta e uscita nel 1978 la canzone richiama gli anni intorno al '68, periodo in cui era sposato con Roberta, alla quale si rivolge nel testo. Guccini mescola il privato e il politico in maniera malinconica, ma anche piena di ironia. «Non lo presi come divisa, ma come un cappotto che costava poco. Lo comperai perché faceva freddo, a Trieste, finito il servizio militare. Non era politicizzato, non aveva significati ideologici». Letture politiche «non ne ho mai fatte in vita mia» e dopo la passione giovanile per i fumetti, da Linus a Snoopy a Paperino, ecco allora Borges, Kerouac, Salinger, «non certo Marx nè Marcuse». «Il nostro era un ideale libertario che è sempre esistito nell´uomo e non ha colori o etichette, non può essere fatto proprio da un´ideologia e va ben al di là degli schieramenti di destra e sinistra».
La presenza di giovani operai a fianco degli studenti fu la caratteristica anche del Sessantotto italiano, il più intenso e ampio tra tutti quelli dell'Europa occidentale assieme a quello francese. In Italia la contestazione fu il risultato di un malessere sociale profondo, accumulato negli anni sessanta, dovuto al fatto che il cosiddetto boom economico aveva giovato perlopiù alla borghesia e non era stato accompagnato da un adeguato aumento del livello sociale ed economico delle classi meno abbienti. C’era la volontà di cambiare il sistema scolastico e universitario e di ottenere maggiori diritti per i lavoratori. L'eskimo che Guccini comprò per necessità durante il servizio militare a Trieste diventa il simbolo della non appartenenza al mondo borghese in contrasto con l'elegante cappotto di lei.

                                             ESKIMO

Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l' estate finiva più "nature" vent' anni fa o giù di lì...
Con l' incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca "l'Unità",
la paghi tutta, e a prezzi d' inflazione, quella che chiaman la maturità...

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perchè,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos' è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent' anni allora, i quasi cento adesso capirai...

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c' era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò...

E quanto son cambiato da allora e l'eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent' anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all' anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò...

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perchè mi amavi non l' ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perchè fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me...

Infatti i fiori della prima volta non c' erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch' io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos...

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell' LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l' avevamo mai fatto e noi che non l' avremmo fatto mai,
quell' erba ci cresceva tutt' attorno, per noi crescevan solo i nostri guai...

Forse ci consolava far l' amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L'amore fatto alla "boia d' un Giuda" e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può...
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l'Hi-Fi...

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perchè
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità...

Perchè a vent' anni è tutto ancora intero, perchè a vent' anni è tutto chi lo sa,
a vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell' età,
oppure allora si era solo noi non c' entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch'è rimasto dimmelo un po' tu...

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s' è perso o no a quei party...

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai...

Nei primi anni ’70 escono “Due anni dopo” ,“L’isola non trovata”, (entrambi del 1970) e Radici (1972) e “Stanze di vita quotidiana” (1974).
Il successo commerciale di Guccini arrivò nel 1976. È l'anno di Via Paolo Fabbri 43, album che sarebbe poi risultato tra i cinque più venduti dell'anno. Come risposta alle critiche indirizzate a Stanze di vita quotidiana ,soprattutto a quelle di Bertoncelli (citato nella canzone), scrisse “L'avvelenata”, un brano che evidenzia un Guccini rabbioso e deciso a rispondere a chi lo aveva aspramente criticato.
“L’avvelenata”, costituisce forse il più ampio e completo manifesto della posizione di Guccini rispetto alla propria opera, alla propria categoria e, più in generale, fornisce un sincero ritratto del personaggio. Si presenta infatti come lo sfogo di un ribelle che difende il suo essere cantautore, seppure non nascondendo i propri dubbi sulla sua scelta di vita. È il tentativo di uscire vincitore dalle difficoltà e dalle critiche “voi critici voi personaggi austeri militanti severi chiedo scusa a vossia”. In partenza il brano sembra essere una revisione delle proprie scelte di vita: innanzitutto Guccini si chiede se, tornando indietro, alla luce dei risultati ottenuti, scriverebbe ancora canzoni. La risposta sembra essere no, con anche ammissione di colpa. Continua la sequenza delle scuse e dei ripensamenti: meglio la pensione e la laurea consigliate dai genitori, le scuse ai critici, vero bersaglio, anche se mediato dal finto pentimento, di tutta la canzone. Guccini dà spiegazione delle scelte compiute da giovane: età, ingenuità, provincialismo, libri. La sincerità delle ragioni che lo hanno spinto a fare il cantante non è stata però colta dai critici, che lo accusano costantemente di arrivismo e qualunquismo. Guccini ha però a sua difesa la propria umiltà: non ha mai preteso di fare rivoluzioni o poesia con le proprie canzoni. Per lui cantare è un passatempo, nato come gioco, privo di interessi commerciali e di desideri di gloria.
Le ultime quattro strofe sono invece un approdo in positivo: inizialmente è ancora presente una critica, rivolta ai "colleghi cantautori", accusati di essere solo in cerca di guadagni facili, ma un duro giudizio si rivolge contro tutti i possibili avversari per cui le accuse si risolvono in un incitamento a continuare a cantare. Invito che, in ultima analisi, è rivolto anche all’autore, che rivedrà la propria posizione iniziale ribadendo la convinzione nella validità del proprio "mestiere".
L’avvelenata non è dunque solo polemica, ma anche esplicitazione di una poetica. Guccini è consapevole di essersi esposto a etichettature di ogni genere, politiche, ideologiche, sociali, letterarie, e, proprio per questo, presenta qui le bandiere che gli sono state attribuite, in due strofe cariche di sarcasmo che sembrano poggiarsi continuamente sulla ripetizione dell’io: sono sempre io, sembra dire Guccini, quello che è stato definito comunista e fascista, genio e cretino.

                     L’Avvelenata

Ma se io avessi previsto tutto questo,
dati causa e pretesto, le attuali conclusioni
credete che per questi quattro soldi,
questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni?
Vabbè lo ammetto che mi son sbagliato
E accetto il Crucifige e così sia.
Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia,
il primo che ha studiato.
Mio padre in fondo aveva anche ragione
a dir che la pensione è davvero importante.
Mia madre non aveva poi sbagliato
a dir che un laureato conta più di un cantante.
Giovane ingenuo io ho perso la testa
sian stati i libri o il mio provincialismo
e un cazzo in culo e accuse di arrivismo
dubbi di qualunquismo son quello che mi resta.
Voi critici, voi personaggi austeri,
militanti severi chiedo scusa a vossia
però non ho mai detto che a canzoni
si fan rivoluzioni, si possa far poesia.
Io canto quando posso, come posso
quando ne ho voglia senza applausi o fischi
vendere o no non passa tra i miei rischi
non comprate i miei dischi e sputatemi addosso.
Secondo voi ma a me cosa mi frega
di assumermi la bega di star quassù a cantare.
Godo molto di più nell’ubriacarmi
oppure a masturbarmi o, al limite, a scopare.
Se son d’umore nero allora scrivo
frugando dentro alle nostre miserie
di solito ho da far cose più serie
costruir su macerie o mantenermi vivo.
Io tutti, io niente, io stronzo, io ubriacone
io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista
io ricco, io senza soldi, io radicale, io
diverso ed io uguale
negro, ebreo, comunista!
Io frocio, io perché canto so imbarcare
io falso, io vero, io genio, io cretino
io solo qui alle quattro del mattino
l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare.
Secondo voi ma chi me lo fa fare
di stare ad ascoltare chiunque ha un tiramento.
Ovvio il medico dice: "Sei depresso",
neppure dentro al cesso possiedo un mio momento.
Ed io che ho sempre detto che era un gioco
sapere usare o no di un certo metro.
Compagni il gioco si fa teso e tetro
comprate il mio didietro, io lo vendo per poco.
Colleghi cantautori, eletta schiera
che si vende la sera per un po’ di milioni.
Voi che siete capaci fate bene
ad aver le tasche piene e non solo i coglioni.
Che cosa posso dirvi? Andate e fate.
Tanto ci sarà sempre, lo sapete,
un musico fallito, un pio, un teorete,
un Bertoncelli, un prete a sparar cazzate
Ma se io avessi previsto tutto questo
dati causa e pretesto, forse farei lo stesso.
Mi piace far canzoni e bere vino
mi piace far casino e poi son nato fesso.
E quindi vado avanti e non mi svesto
dei panni che son solito portare
ho tante cose ancora da raccontare, per chi vuole ascoltare,
e a culo tutto il resto!

Ci lasciamo quindi alle spalle gli anni ‘70, con “Amerigo” (1978, album che contiene Eskimo) .
Guccini aprì gli anni ottanta con Metropolis, album al quale, al pari di Stanze di vita quotidiana, ha affermato di essere meno legato. Il filo conduttore della raccolta è la descrizione di alcune città dal preciso valore simbolico: Bisanzio, Venezia, Bologna e Milano.
Anche il successivo disco (Guccini) trattò le stesse tematiche del precedente, tra cui spicca il tema del viaggio e del disagio metropolitano rappresentati in Gulliver e in Argentina. Un brano «classico» di Guccini divenne Autogrill, canzone che narra di un amore sfiorato.
Nel 1984 segue il live Fra la via Emilia e il West fedele registrazione del trionfale concerto in Piazza Maggiore a Bologna.
Il 1987 fu l'anno di Signora Bovary, un album la cui particolarità risiede nelle varie canzoni come ritratti di personaggi della vita di Guccini. Van Loon è suo padre, Culodritto è la giovane figlia Teresa (nata nel 1978), Signora Bovary è lui stesso.

guccini2.png
Guccini e De Andrè nel 1991 al Club Tenco.

Nel 1990 esce “Quello che non”, quindicesimo album incentrato sulle domande.
“Quello che non…” è anche la canzone omonima che apre l’album.
A detta dello stesso autore: "L'io narrante si rivolge a un'interlocutrice, come spesso accade nelle mie canzoni. La dissoluzione del rapporto emerge da una serie di immagini secche che, in apparenza, non hanno molto a che fare con il rapporto di coppia e che si sovrappongono l'una all'altra. Era un momento mio di grandi incertezze. Nonostante si trattasse di una questione privata, sotto c'era anche, per vie oblique, tutto il malessere delle sinistre, in evidente crisi d'identità. Credo che entrambi i disamori si siano influenzati a vicenda"

                      Quello che non…

La vedi nel cielo quell'alta pressione?
La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato
che il dio dell'inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano?
lo senti quel suono di un piano
di un Mozart stonato che prova e riprova
ma il senso del vero non trova?

Lo senti il perché di cortili bagnati,
di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite,
di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato,
stagione, cortile od un prato.

Conosci l'odore di strade deserte
che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose,
a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per un nessun dove, a letti, a brandine, ad alcove?

Lo sai che colore han le nuvole basse,
e i sedili di un' ex terza classe,
l'angoscia che dà una pianura infinita?
Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?

Non siamo una strada né malinconia
un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda sfiorita,
non siamo né un giorno né vita.

Non siamo la polvere di un angolo tetro
né un sasso tirato in un vetro,
lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo.

Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione
è un film di seconda visione,
è l'urlo di sempre che dice pian piano:
non siamo, non siamo, non siamo.

("Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, lo schiocco del sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo...") La sparizione del tempo ci fa perdere la consistenza della vita stessa ("Lo sai che colore han le nuvole basse e i sedili di un' ex terza classe? L'angoscia che dà una pianura infinita? Hai voglia di me e della vita, di un giorno qualunque, di una sponda brulla? Lo sai che non siamo più nulla?") .
Anche se, per un attimo, l'unico, l'elevazione dello sguardo al cielo sembra vedere la possibilità di risposte, ovviamente metaforiche ("Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione è un film di seconda visione, è l' urlo di sempre che dice pian piano:"). Risposte che alla fine non sembrano arrivare, ed è l’autore ad affermare che “non siamo non siamo non siamo”
Sono versi che rimandano alla poesia di Montale “Non chiederci la parola”, che in conclusione recita proprio “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” , anche se è in “Mereggiare pallido e assorto” che ritroviamo i temi della canzone: una condizione esistenziale desolata, un’impossibile ricerca di verità, il tutto mediato dalla presenza di correlativi oggettivi (“un rovente muro d’orto”, “il palpitare lontano di scaglie di mare”) , equivalenti per significato alle immagini presenti nella canzone (“auto a morire nei prati”, “pianura infinita”, “ciminiere corrose”)

                  Non Chiederci La Parola                                              

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

                        Mereggiare pallido e assorto

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

C’è anche un'altra canzone affine a queste tematiche: “Lettera”. uno dei momenti più alti della poesia gucciniana. È stata scritta nel 1995 , indirizzata ad un suo amico morto da poco. Il suo amico si chiamava Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini. Franco Bonvicini è morto la sera del 10 dicembre 1995: investito da un'automobile in pieno centro di Bologna. La canzone fu scritta di getto al ritorno dell’autore dal funerale dell’amico. La Lettera di Guccini a Bonvi ruota attorno a questa domanda:
Chi ce lo rende il tempo? Naturalmente è una domanda senza nessuna risposta; è una di quelle domande che servono soltanto per raccontare ciò che non si ha più, o si sente di non avere più. La penultima strofa intera di questa canzone/lettera ne è occupata.

                         LETTERA

In giardino il ciliegio è fiorito
agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito
di neve di pioppi e di parole.
All'una in punto si sente il suono
acciottolante che fanno i piatti,
le TV sono un rombo di tuono
per l'indifferenza scostante dei gatti

Come vedi tutto è normale
in questa inutile sarabanda
ma nell'intreccio di vita uguale
soffia il libeccio di una domanda
punge il rovaio di un dubbio eterno
un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l'inverno
per desiderare una nuova estate.

Son tornate a sbocciare le strade,
ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre
nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia,
sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria
grida di rondini e ragazzini

Come vedi tutto è consueto
in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattrista, io sono lieto
di questa pista di voglia e sorte
di questa rete troppo smagliata,
di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata,
di chi starnazza e non vuol volare.

Appassiscono piano le rose,
spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose
negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull'erba verde
fantastico piano sul mio passato
ma l'età all'improvviso disperde
quel che credevo e non sono stato

Come senti tutto va liscio
in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio,
di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco,
dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco
troppo vicine o troppo distanti.

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende ?
Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende
la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati,
la gioia piana degli appetiti,
l'arsura sana degli assetati,
la fede cieca in poveri miti ?

Come vedi tutto è usuale,
solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale
l'affanno e l'ansimo dopo una corsa,
l'ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami vita.

Il cantautore inaugurò il XXI secolo con “Stagioni”, album che ha come tematiche i diversi cicli temporali che attraversano lo scorrere degli anni. Tra i brani “Autunno”, “Ho ancora la forza” (scritta con Ligabue), “Don Chisciotte” e “Addio”, da molti definita una nuova Avvelenata, ma più matura e con un significato universale.
Alcuni brani del disco successivo, “Ritratti” (2004), sono caratterizzati da dialoghi immaginari con personaggi storici come Ulisse, Cristoforo Colombo, Che Guevara; Odysseus , che apre il disco, ha un testo ritenuto da alcuni tra i migliori della sua carriera, con versi profondi che richiamano la sensazione del viaggi e numerose citazioni.
Nel novembre 2012, è uscito l'album “L'ultima Thule”. Nonostante l'ennesimo successo ottenuto e i tutto-esaurito a ogni suo concerto, Guccini ha dichiarato di non volere più né incidere nuovi album né fare concerti, ritirandosi dalla carriera musicale e dedicandosi interamente a quella di scrittore.

Una curiosità: la prima parola della prima canzone del primo album è “vedremo”, da “Noi Non Ci Saremo”.
L’ultima parola dell’ultima canzone dell’ultimo album è “ricordo”, da “L’ultima Thule”.
Proiettato nel futuro all’inizio, rivolto al passato alla fine.

Addio (2000) è forse l’ultimo vero capolavoro di Guccini. È uno sfogo contro tutto ciò che è futile, ipocrita, falso, nella società di oggi. Una canzone più che mai attuale, che dà una continuità al pensiero gucciniano durante tutta la carriera, in perfetta sintonia con Dio è Morto e L’avvelenata.


Riflessioni personali.
Ho scelto di esporre la vita e l’opera Guccini perché è stato il cantautore che più di tutti mi ha accompagnato durante il mio percorso di studi alla scuola superiore. Appartiene a quella generazione di cantautori capaci di raccontare la condizione umana in tutte le sue sfaccettature, con testi non banali e ricchi di significato. Magari di non facile ascolto ad un primo impatto, e certamente bisogna darsi il tempo di ascoltare i testi. Ma non sono canzoni inutili, quelle di Guccini. Al contrario di quello che si può pensare, lui, come De Andrè o De Gregori, trova spazio anche tra i più giovani. Non tanti, ma qualcuno c’è. Forse perché questi cantautori continuano a essere una valida alternativa in un mondo di canzoni “usa e getta”.

               ADDIO

Nell'anno '99 di nostra vita
io, Francesco Guccini, eterno studente
perché la materia di studio sarebbe infinita
e soprattutto perché so di non sapere niente,
io, chierico vagante, bandito di strada,
io, non artista, solo piccolo baccelliere,
perché, per colpa d'altri, vada come vada,
a volte mi vergogno di fare il mio mestiere,

io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite,
riflettori e paillettes delle televisioni,
alle urla scomposte di politicanti professionisti,
a quelle vostre glorie vuote da coglioni...

E dico addio al mondo inventato del villaggio globale,
alle diete per mantenersi in forma smagliante
a chi parla sempre di un futuro trionfale
e ad ogni impresa di questo secolo trionfante,
alle magie di moda delle religioni orientali
che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero,
ai personaggi cicaleggianti dei talk-show
che squittiscono ad ogni ora un nuovo "vero"
alle futilità pettegole sui calciatori miliardari,
alle loro modelle senza umanità
alle sempiterne belle in gara sui calendari,
a chi dimentica o ignora l'umiltà...

Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato,
cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna
che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia,
io, tirato su a castagne ed ad erba spagna,

io, sempre un momento fa campagnolo inurbato,
due soldi d'elementari ed uno d'università,
ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato
dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà...

Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito,
a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia
o sceglie a caso per i tiramenti del momento
curando però sempre di riempirsi la pancia

e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati,
ai ceroni ed ai parrucchini per signore,
alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati,
al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore,

a chi si dichiara di sinistra e democratico
però è amico di tutti perché non si sa mai,
e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico
ed è anche fondamentalista per evitare guai
a questo orizzonte di affaristi e d'imbroglioni
fatto di nebbia, pieno di sembrare,
ricolmo di nani, ballerine e canzoni,
di lotterie, l'unica fede il cui sperare...

Nell'anno '99 di nostra vita
io, giullare da niente, ma indignato,
anch'io qui canto con parola sfinita,
con un ruggito che diventa belato,
ma a te dedico queste parole da poco
che sottendono solo un vizio antico
sperando però che tu non le prenda come un gioco,
tu, ipocrita uditore, mio simile...
mio amico...


Bibliografia.

https://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Guccini

https://www.antiwarsongs.org (Dio è morto, Lettera, Eskimo)

https://it.wikipedia.org/wiki/Friedrich_Nietzsche
https://www.debaser.it/francesco-guccini/quello-che-non
La citta della storia 3. (Marco Fossati, Giorgio Luppi, Emilio Zanette. Mondadori.)
La realtà e il pensiero 3 (Tagliagambe , Boncinelli, Cattaneo, Cresto-Dina, Guffanti, Zucchello. Garzanti Scuola)

Intervista a Guccini di Vincenzo Mollica:

Sort:  

Ogni suo testo nasconde in se un significato talmente profondo che a volte non lo si intuisce al primo ascolto. Patito di Guccini da circo 7/8 anni ormai, non posso che upvotare questo post fantastico. E citare alcune canzoni "escluse" e che ritengo stupende (se non le conosci, aspltale):
-La locomotiva
-Canzone per un'amica
-Farewell.
Un'ultima considerazione che vuole essere un consiglio, post cosi lunghi dividili in più parti, se no anche se l'argomento interessa, chi legge magari potrebbe arrivare alla fine un po annoiato (fortunatamente non è stato cosi per me). Grande post, per il resto 💪🏽

Intanto grazie.

Le canzoni che hai citato le conosco molto bene, ho dovuto fare delle scelte sulle canzoni da inserire e ho cercato quelle che avessero carattere storico-letterario, per potermi agganciare alle materie scolastiche,oltre che esplicative dello stile di Guccini. Certo ci sono delle grandi escluse ;)

Per la lunghezza del post hai ragione, ho pensato di dividerlo in più parti, e in futuro lo farò sicuramente quando necessario. Però proprio perchè è la tesina ho preferito lasciarla tutta insieme, come l'avevo scritta, senza fare nessuna modifica.

Bellissimi testi... purtroppo non ho mai digerito il timbro vocale...

Coin Marketplace

STEEM 0.04
TRX 0.33
JST 0.099
BTC 64679.36
ETH 1865.92
USDT 1.00
SBD 0.38