Silenzio all'albasteemCreated with Sketch.

in #ita3 years ago (edited)

Questo racconto è stato scritto per partecipare a Theneverendingcontest n° 63 S3-P3-I2 di @storychain sulla base delle indicazioni del vincitore precedente @road2horizon

Tema: Due giorni senza cellulare
Ambientazione: Trekking montagna

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Mancavano ancora pochi minuti alla mezzanotte, l’ora che aveva stabilito come quel momento in cui avrebbe infine riacceso il cellulare, riapparendo agli occhi da Grande Fratello del mondo. Prese in mano quel piccolo, piatto, freddo oggetto, nero come un magnete, che catalizzava l’attenzione di tutti per gran parte della giornata, condizionandone l’umore, i sogni, i soldi e quasi ogni altro aspetto delle loro vite. Rigirandolo lentamente fra le mani accarezzava la piccola sporgenza del tasto d’accensione mentre ripensava agli ultimi tre giorni scorrendone mentalmente le ore come in un film. Ripensò alla sua ragazza, alla “pausa di riflessione”, all’incredulità che questo gli aveva provocato. Ripensò al desiderio di sparire, potente, intenso, alla rabbia, al dolore, alla voglia di urlare, fare e farsi del male, fino all’unica decisione sensata di quel venerdì: partire.

Già da tempo desiderava esplorare la montagna vicino casa sua: avevano recentemente aperto nuovi percorsi di trekking e la possibilità di arrivare in cima fermandosi a campeggiare a metà strada per la notte e vedere infine l’alba dalla vetta per assaporare ancor di più la mèta. Come spesso accade, però, una volta il lavoro, un’altra la pigrizia, un’altra gli amici o qualunque altra scusa, avevano fatto sì che il desiderio rimanesse solo un’idea, nulla di più concreto di un entusiastico “sarebbe bello, lo farò sicuramente!”.
La delusione amorosa fu la miccia che rase al suolo tutte le scuse.

Una chiamata per prendere informazioni.
Un’ora in soffitta per recuperare l’attrezzatura, zaino e scarponi.
Dieci minuti per prepararsi.

L’indomani sarebbe partito per il percorso di trekking in montagna con altri otto sconosciuti.
Ma prima aveva un’ultima cosa da fare. <<Pronto? Mamma? Ciao, tutto bene? Ascolta, non cercarmi fino a lunedì, sto partendo per un campeggio… come? Si, io, e chi se no?! No ma… da solo, lei non viene… lo so mamma! Ma certo, ce la posso fare! Tranquilla, c’è la guida… si mam… ho capito! No, insomma, non porterò il telefono, ok? Non voglio essere rintracciato, ci sentiamo lunedì mattina, va bene? Ciao e non preoccuparti, eh! Saluta papà.>>. Fatto. Adesso doveva solo spegnere il telefono. Due giorni fuori dal mondo, niente storie su Instagram, niente foto su Facebook, niente chat su Whatsapp, niente telefonate... Difficile, difficilissima la pressione prolungata su quel tasto fino allo schermo nero. Ricontrollò cento volte che non ci fossero messaggi di lei su nessun social o persino in segreteria. Le spiò le foto per capire cosa avesse fatto nel primo giorno di “pausa di riflessione”, ma non trovò niente, nemmeno un piccolo post, neanche il copia incolla di una citazione o il commento o il mi piace a un amico. Anche lei sembrava sparita. E infine si decise. OFF.

La mattina del sabato, all’alba partì alla volta della sua nuova mèta. Sapeva che sarebbe stata dura, perché non era certo in gran forma e anche se aveva scelto un percorso intermedio avrebbe comunque messo alla prova le sue arrugginite capacità fisiche. Si incontrarono col resto del gruppo nel punto convenuto e dopo le presentazioni e le raccomandazioni della guida che li avrebbe accompagnati lungo il percorso iniziarono a camminare.
Non aveva molta voglia di socializzare, e per fortuna anche gli altri sembravano più predisposti a starsene un po’ per i fatti propri, o forse, chissà, emanava un’aura negativa per cui tutti si tenevano alla larga. Si ritrovava in quello stato di semi-intorpidimento in cui si rimane assorti nei propri pensieri escludendo quasi del tutto la realtà circostante, concentrati al massimo fra lo sforzo fisico e quello mentale che non lasciano spazio a nient’altro. Continuava a rimuginare sulla sua vita, il suo lavoro, il suo destino. Ma soprattutto continuava a pensare a lei. Perché quella pausa? Cosa stava succedendo? Aveva un altro? C’erano state avvisaglie? Mille domande affollavano la sua mente mentre metteva un piede avanti all’altro, un passo dietro l’altro, superando piccoli arbusti e grosse radici, senza perdere di vista il capogruppo ma distante anni luce da tutti loro.

Verso l’ora di pranzo arrivarono a uno dei check-point previsti, una piccola radura dove erano state allestite tettoie di legno a copertura dei tavoli e delle panche di lunghi tronchi. La guida li invitò a sedersi e distribuì i panini che aveva portato con sé e che erano inclusi nel costo dell’escursione.
Mentre lentamente masticava un pezzo di pane col tonno in scatola, ritornò per un attimo alla realtà circostante, dalla quale per tutta la mattina si era estraniato. Riemerse, per così dire, o almeno questa è la sensazione che provò. Si guardò attorno e vide un gruppo di quattro amici che scherzava commentando le foto della loro giornata su Instagram. Alcuni avevano finito il panino, altri lo avevano lasciato morsicato sul tavolo, in attesa di completare l’aggiornamento dei Social prima di tornare a mangiare. Parlavano fra loro, ma solo per commentare quello che man mano pubblicavano. Stavano tutti seduti allo stesso tavolo, a meno di un metro di distanza, ma nessuno di loro alzava mai lo sguardo dal proprio smartphone. Sembrava quasi che non avessero null’altro in comune che il telefono.
Ancora più triste era l’immagine della coppia seduta accanto a lui: se i quattro ragazzi almeno chiacchieravano e scherzavano su un argomento unico per tutti, loro due rimanevano in silenzio, risucchiati dagli schermi, probabilmente facendosi ciascuno gli affari propri nonostante fosse una “gita di coppia”, come aveva loro sentito dire a inizio giornata. Per un istante ripensò al proprio cellulare, spento, rimasto a casa, e si chiese se non avesse sbagliato a partire così solo e senza nemmeno il telefono per fargli compagnia.
Poi udì una donna che parlava con la guida scrutando fra gli alberi. Non era più giovanissima, doveva avere oltre cinquant’anni, ma il fisico era asciutto e l’abbigliamento curato. Da lontano non sentiva l’argomento della loro conversazione, ma il tono rilassato e sereno della donna e la voce profonda e pacata della guida lo ipnotizzarono e lo calmarono, iniziando a fargli riprendere contatto con la realtà. Inspirò profondamente, e gli sembrò quasi che fosse la prima volta da mesi che entrava aria nei suoi polmoni. Si sentì come se avesse vissuto in apnea fino a quel momento e adesso respirasse per la prima volta. I colori, attorno a lui, sembravano più intensi, quasi brillanti. Il verde del bosco lo stordiva, le foglie quasi lo assordavano mentre il dolce sole di giugno le penetrava facendo esplodere la luce in mille sfumature avvolgenti. Sentiva gli uccelli cantare senza sosta, amalgamando il cinguettio allo stormire delle foglie e ai fruscii dei rami. Sentiva l’aria avvolgerlo e il vento accarezzarlo e poi percepì con chiarezza il proprio corpo, cui non aveva ancora dato ascolto. I muscoli iniziavano a dolergli e i polpacci erano un po’ tesi. Tuttavia l’accumularsi di tensione fisica quasi massaggiava e scioglieva la tensione mentale, liberandolo di parte del dolore.

La marcia riprese dopo poco, uguale a prima eppure ben diversa per lui.
Continuava a rimanere assorto nei propri pensieri, ma non rimuginava più: adesso pensava.
La realtà circostante non era un mondo alieno quasi del tutto assente dalla sua coscienza, ma un paesaggio periferico saldamente presente la cui presenza gli arrecava conforto.
Il capogruppo li condusse al luogo dove avrebbero trascorso la notte. Appena la tenda fu pronta, esausto e con i muscoli intorpiditi per lo sforzo, si gettò nel sacco a pelo e si addormentò, dimenticando persino di mangiare. Venne svegliato che era ancora notte, e nonostante la stanchezza e il corpo implorassero pietà fece un ultimo sforzo per completare il tragitto e arrivare alla vetta da cui ammirare l’alba. Quell’ultimo sforzo si rivelò catartico. Quando esausto si sedette sulla meta, in attesa dell’aurora, ogni traccia di rabbia e di dolore era scomparsa, lasciando il posto a nient’altro che all’acido lattico. Immerso nel silenzio della notte, si godette completamente quel magico momento in cui il cielo si tinge di rosa e di arancio senza far rumore, avvolgendo la notte in un morbido abbraccio che oscura le stelle, fino alla lenta comparsa del sole che sorge. Non si accorse nemmeno di aver ammirato l’alba insieme a molti altri, arrivati con altri gruppi da percorsi differenti sulla stessa cima.
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Lo dovettero sfiorare su una spalla per ricondurlo indietro, rimasto ormai ultimo spettatore di un sole già alto. Non ricordava molto, poi, del resto della giornata: dopo la colazione in una baita sulla cima, la discesa era stata rapida, da un sentiero diverso, certo una scorciatoia. Aveva inserito le chiavi nell’auto a fine giornata con un gesto quasi automatico, e senza nemmeno rendersene conto si era ritrovato a casa. Ancora in quello strano stato di intorpidimento, ma profondamente consapevole di tutto ciò che lo circondava e dei suoi stessi pensieri, si era steso a letto dopo un bagno caldo che aveva dato sollievo ai muscoli indolenziti, con gli occhi aperti, a guardare il soffitto. La sua ragazza gli mancava terribilmente. Lui la amava, di questo era sicuro. Il pensiero di lei stava riportando a galla il dolore, ma non c’era più traccia di rabbia: lui la amava, ma non voleva accanto una persona che non provasse gli stessi intensi sentimenti. Si alzò dal letto sedendosi sul materasso e allungando una mano nella penombra della stanza verso il comodino, dove si trovava il cellulare spento.

Mancavano ancora pochi minuti alla mezzanotte, l’ora che aveva stabilito come quel momento in cui avrebbe infine riacceso il cellulare riapparendo agli occhi da Grande Fratello del mondo. Prese in mano quel piccolo, piatto, freddo oggetto, nero come un magnete, che catalizzava l’attenzione di tutti per gran parte della giornata, condizionandone l’umore, i sogni, i soldi e quasi ogni altro aspetto delle loro vite. Rigirandolo lentamente fra le mani accarezzava la piccola sporgenza del tasto d’accensione mentre ripensava agli ultimi tre giorni scorrendone mentalmente le ore come in un film. Ripensò alla sua ragazza, alla “pausa di riflessione”, all’incredulità che questo gli aveva provocato.

No, non l’avrebbe richiamata. Avrebbe atteso, pensava mentre il telefono si avviava.

Un mucchio di notifiche sembrarono quasi far impazzire lo smartphone nei suoi primi minuti dopo l’accensione. Fra i tanti messaggi, l’anteprima di una notifica gli fece saltare il cuore in gola. Era lei. “Devi sapere che è questa la persona che amo”. Aprì la chat, frenetico, mentre gli occhi si riempivano di lacrime presentendo l’amara conclusione. “Devi sapere che è questa la persona che amo”, rilesse, mentre si caricava una foto ad altissima risoluzione sotto il messaggio (leiaveva di sicuro inviato un’immagine scattata con la sua reflex senza ridimensionarla). Nella foto vide un uomo, seduto in mezzo ad altra gente in cima a una montagna, che con volto assorto ammirava una magnifica alba, la stessa di quella mattina.
Il cuore si fermò del tutto, poi riprese a battere al ritmo di quello di un colibrì.

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