Tina e il Maestro

in #ita8 years ago (edited)

Conobbi Tina, da qualcuno detta Tinaccia, quando ero un giovane medico, davvero alle prime armi, imbevuta di nozioni e principi, che non sempre dialogavano tra loro e,soprattutto, spesso non si accordavano con la realtà.
Studiare in un'università a numero chiuso, a quel tempo, era privilegio per pochi e, sicuramente, era stato un bel salto dalla provincia a Roma, in un ottimo ambiente, dove si apprendeva molto.
Il limite, però, era proprio quell'ambiente protetto che avvicinava alla scienza, ma faceva barriera rispetto a gran parte del mondo esterno.
L'ospedale universitario era dotato di ogni tipo di attrezzature, molto personale e poi studenti e specializzandi a frotte che contribuivano alla vivacità dell'ambiente, con la loro giovinezza e curiosità.

Per una serie di circostanze, mi trovai, pochi mesi dopo la laurea, a lavorare in un piccolissimo ospedale di paese, in Toscana. Definirlo ospedale era forse pretenzioso. Attrezzature minime, personale all'osso.
Un unico reparto, Medicina Interna, una sorta di cronicario, con pazienti perlopiù anziani e malmessi.
Le persone sotto ai sessant'anni, infatti, andavano a ricoverarsi a Grosseto o a Siena e lì rimanevano solo gli anziani, non di rado confusi e dementi, che stazionavano per tempi lunghissimi in una struttura che era una via di mezzo tra una casa di riposo e una geriatria.
C'erano due anziani fratelli, Angelo e Paolo, che si ricoveravano almeno un paio di volte all'anno ciascuno.
Il primo raggiunse e superò i cento anni, mentre Paolino morì a soli novantaquattro. Come diceva suo fratello, si era rovinato la salute nella guerra di Libia, quel ragazzo.
Tempi lenti quelli, ritmi di paese, quasi di famiglia.
C'era tempo di parlare con i colleghi, gli infermieri, i pazienti.
Oltre ai (pochi) medici e infermieri, c'erano figure ormai scomparse : ausiliari, cuochi, tuttofare.

Un portiere folkloristico, sempre impegnato a leggere rotocalchi, il cui sogno era "una notte con la Carrà", accoglieva i pochissimi visitatori e rispondeva al telefono, ricoprendo anche il ruolo di centralinista.

Ci sarebbe molto da raccontare. Pur essendo passati, in fondo , solo trentasette anni, quella sanità ospedaliera periferica, povera di mezzi e ricca di umanità, non esiste più ed è bene così. Avere strutture così poco attrezzate sarebbe davvero inconcepibile, adesso, e molto rischioso.

Stasera, però, mi voglio limitare a raccontare di Tina, una paziente anziana, ma non troppo, rispetto alla media.
Era sulla settantina, portati decisamente male. Romana di origine, aveva una voce roca e parlava molto, nonostante le sue condizioni fossero decisamente precarie.
Era affetta da un tumore dell'utero, avanzato e senza possibilità di cure e trascorse nel piccolo ospedale l'ultima parte della sua vita.

Come ho detto, ero vissuta in ambienti protetti, certo non mi era capitato di avere a che fare con una prostituta di lungo corso come Tina e l'ascoltavo con curiosità, ma anche con un po' di sorpresa per le storie crude e pesanti che raccontava con il suo tono sempre uguale.

Non aveva parenti, Tina. Ovvero, sosteneva di avere avuto due figli che le erano stati tolti e affidati a una sorella.
Da adulti, si erano rifiutati di vederla.
Veniva a trovarla solo un uomo, abbastanza in forma rispetto a lei, pur essendo suo coetaneo.
Io, all'inizio, pensavo fosse il fratello (ero giovane e ingenua, in fondo, pur essendo un medico).
Poi sentii che lei lo chiamava "Il Maestro" e non capivo, finchè qualcuno mi spiegò che il tipo era stato il suo protettore.
Certo, una qual sorta di affetto doveva esserci, dato che ormai non c'era davvero niente da guadagnare, eppure veniva spesso da Tina. Taciturno e ordinato nel vestire, contrastava molto con la trasandatezza e la loquacità rumorosa della donna.

Non so perchè ho raccontato questa storia, mi è tornata in mente dopo tanti anni, mi sono ricordata di una giovane me stessa che coglieva aspetti di vita fino ad allora ignorati.

In fondo, la cosa che più mi colpiva di Tina, era l'assoluta coerenza con la sua esistenza precedente : nessun pentimento, ma una sorta di compiacimento senza fronzoli.

Il Maestro fu l'unico presente alla morte (giunta dopo lunga sofferenza) e alle esequie.
Non ho mai saputo quale fosse il suo vero nome.

[CCO Creative Commons]
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Mah, cara @fulviaperillo, non so fino a che punto darti ragione, quando dici che è meglio ai giorni nostri, perché nei tempi andati, quelli in cui hai racconto questa storia di vita vera e vissuta, c'era più umanità ma molti meno mezzi.

Vedo molto trascuratezza e difficoltà nello svolgere efficacemente le loro funzioni, negli ospedali attuali, situazioni che potrebbero essere gestite facilmente e invece si creati delle storture e dei ritardi incomprensibili, fino al racconto che ho fatto poco fa che per me ha dell'incredibile.

Fare il medico, o l'infermiere, è una vocazione, oggi ci sono, a parte i limiti personali delle figure, parecchi problemi di ordine pratico che un tempo non c'erano, indubbiamente la medicina ha fatto dei passi da gigante, e ora si vive più a lungo anche grazie a questi progressi, ma si potrebbe fare tanto di più, basterebbe a volte della semplicissima buona volontà e agire secondo intelligenza e logica, lasciando stare i protocolli

quello che dici ha un fondo di verità, ma non è del tutto esatto. E' pur vero che la buona volontà, la professionalità e la buona disposizione all'ascolto e alla cura possono fare molto. Ma ora ci sono mezzi di cui non si può fare a meno ed il cui utilizzo cambia la prognosi. A volte usare determinati strumenti dfa la differenza tra la vita e la morte. Nei piccoli ospedali di un tempo non c'era praticamente niente, solo il medico con la sua preparazione, ma oggi come oggi è troppo poco. Poi, sul fatto che per dedicarsia professioni sanitarie ci vorrebbe predisposizione, mi trovi d'accordo

Grande @fulviaperillo, ottime precisazioni!!

Grazie per questa grande storia. @wfuneme

Grazie a te per l'attenzione

Una persona è sempre un mondo intero. Per questo il tuo racconto sembra dirci che bisogna avere rispetto per chiunque. Come speriamo tutti abbiano rispetto per noi.

grazie, purtroppo non sempre è così

Le storie che piacciono a me... Con poche righe si può raccontare la vita che vediamo passare davanti ai nostri occhi.

Grazie, è vero, a volte, con poche righe si riesce a trasmettere molto

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