PANNOTIA: la madre della Pangea
PANGEA: 330 milioni di anni fa [tardo Paleozoico ed inizio Mesozoico]:
i geologi la descrivono come un’immensa area continentale (supercontinente), comprendente l’intera crosta terrestre e circondata dal superoceano Pantalassa.
Si iniziò a dubitare della possibile esistenza di un supercontinente intorno all’inizio del 20° secolo, quando il fisico tedesco Alfred Wegener fu incuriosito dalla forma quasi complementare della costa occidentale dell’Africa e la costa orientale del continente sudamericano. Lo studioso approfondì scientificamente le sue idee e verificò la presenza comune di rocce nei due continenti ed anche di alcuni ritrovamenti fossili (rettili e felci).
Gli strumenti comunque a disposizione del fisico in quegli anni non erano dei migliori e tanto all’avanguardia da dimostrare le sue scoperte e così egli stesso non riuscì a documentare prove a favore della sua teoria.
CC0 Creative Commons, Wegener, Fonte
PANNOTIA: 600 milioni di anni fa [Precambiano]:
alcuni geologi sono riusciti a scavare in un passato molto remoto rispetto alla sopracitata Pangea: questa costituzione geologica è il doppio più vecchia della “figlia” (non si parla di pochi secoli!).
La distribuzione della massa di Pannotia era nella maggior parte nell’emisfero meridionale ed assumeva una struttura a V rivolta verso nord-est.
Oceani e catene montuose sono la dimostrazione ed allo stesso tempo la cartina tornasole dell’esistenza di Pannotia, la quale successivamente si scompose nei paleocontinenti Laurentia, Siberia e Baltica, lasciando a sud la grande massa del Gondwana. Questi andranno a formare centinaia di anni dopo la Pangea, in seguito allo scivolamento delle placche terrestri (Teoria della deriva dei continenti).
CC0 Creative Commons, Pannotia, Fonte
E’ quanto afferma lo studio sostenuto dal geologo Damian Nance dell’Università dell’Ohio, forte sostenitore, anche in passato, dell’esistenza di un supercontinente pre-Pangea. Questo scienziato insieme a Brendan Murphy dell’Università Canadese di St.Francis Xavier, ha pubblicato il proprio studio sulla rivista scientifica Geological Society of London, in cui viene spiegato come i profondi sconvolgimenti avvenuti alla crosta terrestre, come la nascita delle catene montuose, la formazione di spaccature sulla superfici e variazioni sostanziali del clima e dell’ecosistema degli oceani sarebbero facilmente riconducibili a Pannotia e la sua conseguente frantumazione.
Nance stesso afferma che Pannotia possa aver avuto un ruolo fondamentale sull’evoluzione e la nascita di oceani, ecosistemi e dell'atmosfera. I processi che hanno portato alla formazione ed in seguito alla disgregazione di questo supercontinente hanno anche condizionato direttamente il mantello terrestre (questa sezione della Terra rappresenta il 67% degli strati interni del nostro pianeta e si trova al di sotto della crosta e della discontinuità di Mohorovičić); da qui si intuisce l’importanza di Pannotia nella mutazione del nostro pianeta anche dal suo interno.
L’opinione italiana
CC0 Creative Commons, Logo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Fonte
Il presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Carlo Doglioni ha espresso la propria opinione riguardo allo studio: “I ricercatori confermano attraverso l’analisi della Terra come la dinamica del nostro pianeta sia un susseguirsi di cicli di rotazione delle placche tettoniche, in un processo di avvicinamento ed allontanamento continuo”. Doglioni continua affermando che questo tipo di ricerca è molto difficile, dato che la crosta oceanica più antica risale a “solo” 200 milioni di anni fa.
I geologi sono consapevoli oggi che la Terra abbia subito nei millenni circa 7-8 cicli di mutazione dei suoi continenti; Pannotia potrebbe quindi essere la penultima di questi fasi.
Conclude Doglioni che l’esistenza di Pannotia è un’informazione rilevante, tuttavia, capire i meccanismi che hanno determinato il movimento delle placche è di primaria importanza, soprattutto in un’ottica futura e per conoscere in modo più approfondito il pianeta stesso su cui viviemo.
Bibliografia