Teofrasto, i caratteri. Terza e ultima parte
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Proseguiamo con il grande Teofrasto, uomo moderno dell’antichità, e con il suo studio dei caratteri.
In effetti, il discorso può diventare un po’ troppo lungo, ma al-meno alcune delle tipologie credo sia opportuno aggiungerle.
Abbiamo dunque “Il diffidente, colui che sospetta tutti di diso-nestà, è uno che manda uno schiavo a comperar provviste e un altro schiavo dietro, per scoprire quanto le ha pagate”.
Anche di questi ne conosco parecchi. Ora, secondo me, con le nuove tipologie, alcuni diffidenti sono diventati paranoici. Im-maginano che tutti li spiino (delirio), che pensino a loro (illusio-ne), che vogliano il loro male e, soprattutto, fregarli, clonare ac-count, carte di credito, rubare identità e quant’altro. Ora non è che ciò non possa accadere, ma per loro è una vera ossessione.
Sai come si divertirebbe a descriverli il nostro “parlatore divino!”
E senza dubbio riconoscerebbe in tanti ai nostri giorni “Il mil-lantatore”
“La millanteria ci appare essere come l'attribuirsi qualità che non esistono e il millantatore è colui che stando sul molo [del Pireo] racconta ai forestieri quanto danaro ha per mare. Ed egli descrive con precisione l'importanza dei prestiti marittimi e di quanto ci ha guadagnato e perso. E mentre si riempie così la bocca, manda lo schiavo alla banca dove non ha che una drac-ma. Abbindola un compagno di viaggio raccontandogli di aver fatto una campagna con Alessandro e in che relazione era con questi e di quante coppe tempestate di pietre preziose ha ripor-tato a casa”.
A me vengono in mente certi personaggi, soprattutto in ambito politico, che si attribuiscono continuamente meriti non propri per carpire un voto.
Tristi figuri, veramente. Spesso, inoltre, è gente che specula sul-la bontà o ingenuità altrui.
Abbiamo poi “Il superbo” e, secondo Teofrasto, “La superbia è un disprezzo di tutti salvo che di se stessi”.
Ne ho presenti alcuni che si ritengono superiori, sono arroganti e prepotenti, specie se si trovano in un posto di rilievo.
Gli antichi greci, in questo caso, parlavano di hybris, ὕβϱις, termine non del tutto traducibile, ma che indica una superbia cieca, senza alcun rispetto degli altri e senso del limite.
Colui che ne è affetto in realtà è temuto e odiato, ma non se ne rende conto, salvo poi averne improvvisamente contezza di fronte ad inevitabili quanto inattese avversità.
Generalmente, prima o poi, i nodi vengono al pettine.
Teofrasto ha scritto molto altro, sui caratteri e su tantissime materie, ma penso di essermi dilungata fin troppo.
Però, ogni volta che approfondisco qualche filosofo, mi chiedo perché non si estenda lo studio della filosofia a tutte le scuole.
Conoscere il pensiero, la logica e, come in questo caso, una antica fenomenologia dei costumi (peraltro attuale) non potrebbe fare altro che bene e migliorare la consapevolezza delle nuove generazioni.